Arte e cinema:
“Final Portrait”, un ritratto al cubo

by Marco Lovisco

Se siete curiosi di conoscere il mondo che si cela dietro la creazione di un’opera d’arte e del ritratto in particolare, “Final Portrait. L’arte di essere amici” è il film giusto. Girato da Stanley Tucci (regista e attore) nel 2017 e da febbraio 2018 nelle sale italiane, il film racconta dell’artista Alberto Giacometti, del suo rapporto con l’amico scrittore James Lord e del mondo sommerso che si cela dietro la gestazione di un’opera d’arte.

La trama del film “Final Portrait”

La trama è piuttosto semplice. Siamo nella Parigi del 1964, lo scrittore americano James Lord (interpretato da Armie Hammer) in un viaggio a Parigi incontra il suo vecchio amico Alberto Giacometti (Geoffrey Rush) che gli chiede di posare per un ritratto, dicendo che sarà questione al massimo di un pomeriggio. Lo scrittore, lusingato, accetta con entusiasmo.

 

Troppo tardi lo scrittore impara a conoscere il perfezionismo esasperato di Giacometti che lo sottopone a lunghissime sedute di posa che si protraggono per giorni, costringendo Lord a rimandare più volte la partenza. Nel contempo lo scrittore avrà l’opportunità di conoscere a fondo l’amico, entrando nel suo quotidiano e vivendo l’intero processo creativo. A fare da contorno a questa storia altri personaggi secondari, come il fratello di Alberto, Diego Giacometti, collaboratore silenzioso e sagace. O la moglie dell’artista Annette, che deve contendere l’amore di Alberto con Caroline, ragazza di vita di cui l’artista è infatuato.

Un ritratto al cubo

Il film “Final Portrait”, a mio parere affronta tre temi principali, tutti e tre legati alla parola “ritratto”.

 

Il primo è relativo alla figura di Alberto Giacometti. Stanley Tucci racconta l’anziano artista in modo intrigante e delicato, sottolineandone le contraddizioni del suo essere uomo, oltre che artista di talento. Giacometti non è un eroe. È scorbutico, infedele e spesso egoista, ma non si può fare a meno di amare anche questi suoi tratti, perché, vedendo il film si comprende come siano parte essenziale della sua creatività. Senza i difetti non ci sarebbe l’artista. Tucci in poco più di un’ora esegue un perfetto ritratto di Giacometti. Il primo, del film

 

Il secondo tema legato al ritratto è quello che evidenzia il rapporto che si crea tra l’artista e il suo modello. È un rapporto di complicità, ma soprattutto di sfida. L’artista infatti non si può limitare a ritrarre l’esteriorità del suo soggetto, ma deve riuscire a coglierne l’anima. E questa, si sa, è ben nascosta nel profondo. L’artista diventa quindi psicologo, stregone e investigatore, per catturare il cuore del modello, che vorrebbe limitarsi ad offrire solo il suo volto. Nel film questa contrapposizione è evidenziata dalla scelta degli attori che interpretano il ruolo dei protagonisti. Geoffrey Rush è un vecchietto curvo, Armie Hammer è un ragazzone di un metro e novanta, esempio dell’uomo deciso e di successo, che pure dovrà arrendersi alle bizzarrie dell’artista. Il secondo tema è quindi il ritratto, inteso come sfida.

 

Il terzo tema, a mio parere, è il più profondo. Il film evidenzia come nessuna opera d’arte sia mai completa, almeno dal punto di vista di chi l’ha creata. Nel film Giacometti continua a fare e disfare l’opera, mai convinto del suo lavoro. Non è un atto di follia il suo, ma è un gesto insito nella creazione artistica. Non è una provocazione affermare che ogni opera d’arte sia, a suo modo, incompleta. Ma questo è necessario perché entri in dialogo con lo spettatore, che potrà completarla rendendola propria. Il terzo tema è, dunque, il ritratto come opera d’arte.

Note tecniche sul film

Il film, prodotto nel Regno Unito nel 2017, dura 90 minuti. presentato fuori concorso al Festival di Berlino 2017, è stato distribuito nelle sale cinematografiche italiane dall’8 febbraio 2018.

 

Il film è tratto dal libro “Un ritratto di Giacometti” dello scrittore americano James Lord.

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